LA VERNA, il monte della trasfigurazione

Da San Damiano al monte della Verna, l’inizio e il compimento della storia di un altro uomo crocifisso per amore. L’inizio negli anni della giovinezza, il compimento nella maturità.
Tommaso da Celano ricol lega queste due tappe della vita di Francesco in modo acuto: “Da quel momento (San Damiano) si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come si può pienamente ritenere, le venerande stimmate della passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore” ( Vita Seconda, VI).
La Verna è un’intera montagna che Francesco ebbe in dono dal conte Orlando da Chiusi, un luogo “rimosso dalla gente” e “ben atto a chi volesse fare penitenza o desiderasse vita solitaria” (Fioretti, Delle Sacre istimmate di santo Francesco). Per i francescani è diventata sacra come il Sinai, il Tabor o il Calvario per i cristiani, perché lassù sono avvenute le teofanie, cioè le manifestazioni di Dio.
Il silenzio e la maestà di quel monte afferrarono l’anima di Francesco, il quale più che cercare l’orizzonte e lasciarsi incantare dal panorama che domina la vallata del Tevere e dell’Arno, preferiva sprofondare negli anfratti della roccia per proteggere, lontano da ogni sguardo, la fiamma interiore che lo bruciava.
Per farsi un’idea dei sentimenti e della passione che colmavano il cuore di Francesco, basta leggere, con calma meditata e maestosa, l’inno di lode che egli scrisse per consolare frate Leone. É una specie di Te Deum, una lode litanica dall’intensità sempre più crescente che solo un cuore totalmente posseduto da Dio poteva recitare. Il documento è conservato nella cappella delle reliquie della basilica inferiore.
Fu su questa montagna che Francesco desiderò con immenso ardore sapere come unirsi ancor più intimamente al Cristo Crocifisso.
Siamo nel 1224, è il giorno dell’Assunta - 15 agosto - il Santo vuole tracciare un consultivo della sua vita, appartarsi dalle gravi tensioni che si muovono nell’Ordine da lui fondato, e ritirarsi per vivere una quaresima in onore di san Michele, ma sopratutto per cercare sempre più la sua somiglianza a Cristo.
E si reca alla Verna. Sulla strada uno stormo di uccelli lo accolgono festanti, avvolgendolo nel frullo delle loro ali.

L’Ultimo Sigillo

Nel Natale dell’anno precedente (1223) a Greccio ebbe l’indicibile gioia di stringere a sé il neonato Gesù, povero e nudo sulla paglia; ora per la festa dell’esaltazione della Croce (14 settembre) vorrebbe stringere il Cristo povero e nudo sulla Croce, Ma come?
Si avvicina alla pietra dell’altare che lui stesso aveva preparato e su cui ha posto il Vangelo. Dopo aver invocato lo Spirito di Dio, apre il libro.
Il primo passo che incontra è la passione del Signore. Per escludere l’eventualità del caso, prova una seconda e una terza volta e sempre ai suoi occhi la Parola gli parla del mistero della Croce.
Quel gesto di aprire la Parola per sapere che cosa Dio gli stava chiedendo l’aveva compiuto all’inizio della sua missione, ora voleva sapere come meglio concluderla.
Dopo essersi occupato per anni della croce e avere sviluppato una sensibilità sempre più acuta verso quel dolore fino al punto da non saper trattenere le lacrime e piangere anzi con singhiozzo convulso, in quel settembre si stava verificando un avvenimento che mai si era verificato nella carne di un uomo: l’impressione delle Stimmate di Cristo crocifisso, “l’ultimo sigillo”, le definì Dante.
Dell’apparizione del Serafino ci offre un’ampia descrizione il Celano.
“Allorché dimorava nel romitorio che dal nome del luogo è chiamato Verna, due anni prima della sua morte, ebbe da Dio una visione.
Gli apparve un uomo, in forma di Serafino, con le ali, librato sopra di lui, con le mani distese ed i piedi uniti, confitto ad una croce.
Due ali si prolungavano sopra il capo, due si dispiegavano per volare e due coprivano tutto il corpo. A quell’apparizione il beato servo dell’Altissimo si sentì ripieno di una ammirazione infinita, ma non riusciva a capirne il significato.
Era invaso anche da una viva gioia e sovrabbondante allegrezza per lo sguardo bellissimo e dolce col quale il Serafino lo guardava, di una bellezza inimmaginabile; ma era contemporaneamente atterrito nel vederlo confitto in croce nell’acerbo dolore della passione. Si alzò, per così dire, triste e lieto, poiché gaudio e amarezza si alternavano nel suo spirito.
Cercava con ardore di scoprire il senso della visione, e per questo il suo spirito era tutto agitato. Mentre era in questo stato di preoccupazione e di totale incertezza, ecco: nelle sue mani e nei piedi cominciarono a comparire gli stessi segni dei chiodi che aveva appena visto in quel misterioso uomo crocifisso.
Le sue mani e i piedi apparvero trafitti nel centro da chiodi, le cui teste erano visibili nel palmo delle mani e sul dorso dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta.
Quei segni poi erano rotondi dalla parte interna delle mani, e allungati nell’esterna, e formavano quasi una escrescenza carnosa, come fosse punta di chiodi ripiegata e ribattuta. Così pure nei piedi erano impressi i segni dei chiodi sporgenti sul resto della carne. Anche il lato destro era trafitto come da un colpo di lancia, con ampia cicatrice, e spesso sanguinava, bagnando di quel sacro sangue la tonaca e le mutande” (Vita Prima di Tommaso da Celano).
Il celebre monaco Thomas Merton, così commenta: “L’aver Francesco ricevuto le Stimmate fu un segno divino che fra tutti i santi egli era il più somigliante a Cristo. Meglio di ogni altro era riuscito nell’opera di riprodurre nella sua vita la semplicità, la povertà e l’amore di Dio e degli uomini che caratterizzano la vita di Gesù.
Conoscere semplicemente san Francesco vuol dire comprendere il Vangelo e seguirlo nel suo spirito sincero e integrale, è vivere il Vangelo in tutta la sua pienezza. San Francesco fu, come tutti i Santi devono cercare di essere, semplicemente un “altro Cristo”. Il Cristo risorto rivisse in modo perfetto in quel Santo, completamente posseduto e trasformato dallo Spirito della carità divina”.