Greccio la nuova Betlemme.

Francesco amava molto il Natale.
“Se potrò parlare all’imperatore”, diceva “lo supplicherò di emanare un editto generale per cui tutti quelli che ne hanno la possibilità debbano spargere per le vie frumento e granaglie affinché in un giorno di tanta solennità gli uccelli e particolarmente le sorelle allodole ne abbiano in abbondanza” (Celano, Vita Seconda, CLI).
Ma il suo ardente amore nasceva innanzitutto verso Dio e verso il prossimo.
“Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme... voglio vederlo con i miei occhi di carne, così come era, adagiato in una greppia e addormentato sul fieno, tra il bue e l’asinello” (Celano, Vita Prima, XXX).
Di qui il desiderio di cantare l’umanità di Dio, il quale non solo ha voluto incarnarsi, ma lo ha fatto nel modo più povero, più fragile, più indifeso che si potesse immaginare.
Quel Bambino adagiato sul fieno è più avvicinabile forse ancor di più del Cristo sulla croce che emana da sé tutta la tragica potenza della sua gloria. E gli uomini, ormai svuotati dal possesso di Dio, dovevano toccare con mano l’evento che ha cambiato la vita della storia.
L’invenzione del presepe, così semplice nella sua originalità e che incredibilmente in mille anni e più non aveva mai sfiorato la fantasia di nessuno, nasceva da un cuore troppo grande e innamorato di Dio e degli uomini.
Era l’iniziativa di un catecheta straordinario che non si limitava a parlare di Dio, riducendolo a concetto e a racconto, ma voleva farlo vedere con gli occhi, abbracciarlo teneramente con le mani, amarlo con tutto il cuore.
Vederlo e toccarlo fisicamente nella sua venuta di umiltà e povertà, di dolcezza amabilità. Chi non si intenerisce di fronte a un Bambino?