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La Cavalcata di Satriano. Rievocazione dell’ultimo viaggio di San Francesco

Domenica 3 settembre, alle ore 18.30, giungerà alla Basilica di San Francesco d’Assisi il gruppo di cavalieri che, in costume d'epoca, ogni anno ripercorrono l’ultimo viaggio di Francesco per consegnare ai primi cittadini delle rispettive città una pergamena contenente un messaggio di pace.
Reintrodotta dallo storico Arnaldo Fortini nel 1939, la “cavalcata” rievoca i fatti accaduti sul finire dell’estate del 1226 quando san Francesco tornò gravemente malato ad Assisi dopo aver trascorso un periodo che lo vide sottoporsi ad estenuanti terapie per il male incessante che lo affliggeva agli occhi: da Rieti fu portato a Siena, poi al conventino delle Celle presso Cortona e infine a Bagnara, nelle vicinanze di Nocera Umbra.
L’episodio è narrato nella Vita seconda di Tommaso da Celano (77: FF 665):


«Mentre Francesco, pieno di malattie e quasi prossimo a morire, si trovava nel luogo di Nocera, il popolo di Assisi mandò una solenne deputazione a prenderlo per non lasciare ad altri la gloria di possedere il corpo dell'uomo di Dio. I cavalieri, che lo trasportavano a cavallo con molta devozione raggiunsero la poverissima borgata di Satriano, proprio quando la fame e l'ora facevano sentire il bisogno di cibo. Ma per quanto cercassero, non trovarono nulla da comprare. Allora i cavalieri tornarono da Francesco e gli dissero: “È necessario che tu ci dia parte delle tue elemosine, perché qui non riusciamo a trovare nulla da comprare”. “Per questo motivo voi non trovate, – rispose il Santo – perché confidate più nelle vostre mosche che in Dio”. Chiamava evidentemente mosche i denari. “Ma – continuò – ripassate dalle case dove siete già stati e chiedete umilmente l’elemosina, offrendo in luogo dei denari l'amore di Dio! Non vergognatevi, perché dopo il peccato viene concesso tutto in elemosina e quel grande Elemosiniere dona largamente e con bontà a tutti, degni e indegni”.
Deposta la vergogna, i cavalieri andarono subito a chiedere la carità, e trovarono da comprare assai più “per amore di Dio” che col denaro. Tutti offrirono a gara, con volto lieto, e non dominò più la fame, dove prevalse la ricca povertà»

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