Dal 6 giugno al 27 ottobre 2015 il Chiostro superiore di Sisto IV ospita la mostra fotografica “Gli Armeni e l’Armenia”, con fotografie di Garen Kökciyan. La mostra, organizzata in collaborazione con l’Ambasciata della Repubblica di Armenia in Italia, vuole esplorare la specificità della cultura e dell’identità di questo popolo, segnato profondamente dalla spiritualità cristiana. All’inaugurazione della mostra sabato 6 giugno hanno parlato fra Mauro Gambetti, Custode del Sacro Convento, che ha portato anche il saluto del Vescovo di Assisi, il Sindaco di Assisi Claudio Ricci e l’Ambasciatore della Repubblica Armena in Italia Sargis Ghazaryan. Anche l’autore delle fotografie esposte ha brevemente raccontato le sue scelte artistiche e spirituali.
Come ha sottolineato l’Ambasciatore, questa mostra, insieme a molte altre iniziative, non ultimo il discorso del Papa del 12 aprile scorso, contiene un messaggio di condanna di tutti i genocidi del XX secolo, di prevenzione dei genocidi che ancora sono in corso, ma anche di contrasto al negazionismo dei genocidi.
Di seguito si riporta il testo di presentazione della mostra tratto dal Dépliant illustrativo. Le foto della mostra a conclusione di questa pagina sono tratte dal sito dell’autore www.armeniamia.it. Le foto dell’inaugurazione sono di Mauro Berti e di fra Marco Moroni.

Un armeno e l'Armenia
Garen Kökciyan è nato a Nisantasi, ottocentesco quartiere residenziale di Istanbul, nel 1959. Padre e madre armeni, in casa si parla armeno. Sulla loro carta d'identità è impressa la dicitura "religione: cristiana". Come gran parte delle minoranze, anche i Kökciyan, dopo la scuola elementare armena, mandano i figli a un liceo straniero. Garen frequenta il liceo italiano, in vista dell' università in Italia: a diciannove anni arriva a Torino per frequentare i corsi di ingegneria aeronautica al Politecnico. Nei vent'anni successivi la fatica di costruirsi un'esistenza in un paese straniero, di farlo proprio e impiantarvi la sua attività di consulenze aeronautiche assorbono interamente l'energia e l'attenzione di Garen. Fin qui, la condizione di armeno è lo sfondo naturale della sua vita, sentita più come un addestramento precoce a transitare da una lingua all'altra, da un riferimento culturale all'altro: un guadagno in flessibilità e scioltezza rispetto ai compiti del suo trapianto in Italia. Il cambiamento avviene quando compie cinquant'anni e parte per il primo di molti viaggi in Armenia.
L'Armenia è oggi un paese grande all'incirca quanto il Piemonte, montuoso, strizzato al centro del grande corridoio caucasico che le popolazioni centro-asiatiche hanno percorso per migliaia di anni muovendo verso sud in cerca di climi più caldi e terreni più fertili. Paese povero, sassoso, con un'unica città, Yerevan, già ricca nell'antichità, e una distesa di cime, altipiani, gole, altre cime, altre gole, altri pianori. Una storia terribile: un paese piccolo condannato dalla geografia a essere schiacciato tra grandi imperi: ittiti e babilonesi, greci e persiani, romani e cartaginesi, bizantini e selgiuchidi, russi e ottomani, sovietici ed europei hanno continuato nei secoli a misurarsi in armi al di là e al di qua della cerniera caucasica attraversando ogni volta l'Armenia, annettendola o perdendola, sempre facendone un campo di battaglia. Eppure gli armeni hanno resistito al destino che geografia e storia avevano scritto per loro. Hanno scelto: nel 301 il loro re Tiridate si converte al cristianesimo, e dodici anni prima di Costantino lo sceglie come religione del suo regno. Nel 405 Mesrop Mashtots crea un alfabeto modellato sui fonemi della lingua armena, che diventa un potente elemento di consolidamento dell'identità armena. Lingua, religione e scrittura si sono rivelati strumenti capaci di legare e conservare una cultura, di marcare una differenza rispetto ai mondi circostanti con altre lingue, altri costumi, altre religioni. Un confine che, tra il 1915 e il 1917, ha significato lo sradicamento dalle terre natie e lo sterminio quasi totale degli armeni occidentali da parte dell'impero ottomano ormai alla fine. Poche volte nella storia, dal II secolo avanti Cristo fino al VI o VII secolo dopo Cristo, poi ancora tra il X e il XII secolo, gli Armeni hanno avuto uno Stato, un regno, un'autorità che li rappresentasse. Le chiese e i monasteri, che risalgono all'uno o all'altro di questi due periodi restano a testimoniare la fioritura della "Grande Armenia" e i lunghi secoli di vuoto prima della ricostituzione dell'Armenia di oggi.
Sono monumenti unici in Europa: caratteri romani, persiani, greci, arabi si fondono in una creazione nuova, da cui l'architettura romanica e gotica europea trarrà elementi e ispirazione. Nelle chiese di tufo grigio e rosa, nei monasteri arroccati in fondo a gole tortuose o in cima ad altopiani di inattesa dolcezza che emergono tra pareti a picco, pare oggi di trovare esattamente espressa e scritta nella pietra la cerniera tra il mondo antico e il nostro, il punto di passaggio in cui archi, colonne, volte, capitelli, cupole ereditate dal mondo greco, romano, persiano, dall'Oriente e dall'Occidente si fondono e, come l'alfabeto armeno, traggono elementi da tutte le culture confinanti per creare un linguaggio autonomo, ricco di figure e di forme. Il cristianesimo, che in Occidente segue strade a noi più note, in Armenia custodisce e riflette l'ampiezza e il respiro largo dell'opera civilizzatrice dei suoi inizi. La voce baritonale degli officianti che risuona gravemente sotto le volte di queste chiese ha un timbro virile, esprime forza e infonde coraggio, i canti e le musiche sacre rimandano a tonalità differenti e più antiche di quelle a cui l'orecchio è abituato. Senza uno Stato proprio per molti secoli, invasi e schiacciati da imperi irrequieti e prepotenti, gli armeni hanno miracolosamente conservato la loro identità. Questa è l'esperienza elettrizzante che si respira oggi in Armenia. Da ventidue anni i sovietici si sono ritirati lasciando sul terreno cimiteri di fabbriche dismesse, condomini mai terminati, foreste di pilastri di cemento armato in eterna attesa di un futuro che non arriverà. Non sono nemmeno tristi, transitano con stoicismo verso il destino di rovine che li sta già assediando. Ma la vera eredità che la fine dell'impero sovietico ha lasciato agli armeni è un'altra: in questo momento della loro storia millenaria hanno la libertà di essere se stessi e di scoprire che qualcosa di essenziale del loro mondo e della loro cultura non è andato perduto.
Questa potrebbe essere la forza magnetica che ha attratto Garen verso l'Armenia e che le immagini ci comunicano: il senso di partecipare a un'avventura, a una scoperta di sé, della propria storia, nel momento in cui è in gioco un potenziale di speranza costruttiva, una speranza percepibile nell'aria che respiri.
Annalisa Ferretti

 

 

 

 

Si moltiplicano in questi ultimi tempi occasioni di condivisione tra frati delle diverse famiglie dell’Ordine francescano. Guidati dal Ministro generale appena riconfermato, fra Michael Perry, sono giunti alla tomba di frate Francesco per i vespri del 3 giugno i Frati Minori che, presso S. Maria degli Angeli, stanno partecipando al Capitolo generale.
Le varie parti della celebrazione, presieduta dal Custode del Sacro Convento, fra Mauro Gambetti, sono state recitate e cantate in diverse lingue, evidenziando così la pluralità di provenienze.
Fra Mauro ha indirizzato ai frati presenti una significativa riflessione, esortando tutti alla reciproca accoglienza che porta “a riconoscere il valore dell’altro, la sua differente bellezza”. È necessario per questo mettere in atto l’arte del perdono: perdonare permette “di riconoscere nuovamente l’altro come un dono, di aprirmi ancora di più all’altro e fargli ulteriore spazio nel cuore”. Pensando infatti ai rapporti tra le famiglie del Primo Ordine francescano, fino a qualche tempo fa segnati da reciproche invidie e gelosie e dal desiderio di primeggiare, quanto è bello invece vedere oggi i segni del perdono, della condivisione e di una ricerca di rinnovata fraternità, ben evidenziata dal lungo abbraccio di pace fra i presenti.
Nella breve sintesi quotidiana della giornata capitolare apparsa nel sito del Capitolo generale OFM così si esprime il cronista: “La fraterna accoglienza dei Fratelli Conventuali, la cena condivisa con loro nello splendido refettorio del Sacro Convento e l’esperienza di fraternità vissuta, sono state la più bella anticipazione del cammino di comunione che ci attende”.
Ci auguriamo profondamente che eventi come questo aprano la strada ad una sempre maggiore familiarità anche nella semplice vita quotidiana.
Puoi scaricare qui in pdf il testo scritto della riflessione di fra Mauro Gambetti, Custode del Sacro Convento. Nel filmato l’intera celebrazione, dal Sito del Capitolo generale OFM.



Foto di Mauro Berti. Nella foto iniziale fra Michael Perry, Ministro generale OFM.

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A circa un anno dalla prima edizione, per la seconda volta il Sacro Convento ha ospitato la Giornata di dialogo ebraico-francescano, martedì 2 giugno 2015, organizzata congiuntamente dal Centro Francescano Internazionale per il Dialogo di Assisi dei Frati Minori Conventuali e l’Associazione Amicizia Ebraico Cristiana di Livorno.

Nella splendida cornice del Chiostro di Sisto IV, in una giornata luminosissima, rappresentanti dell’ebraismo e del francescanesimo si sono incontrati per raccontarsi i significati di due espressioni di saluto che li contraddistinguono: Shalom e Pace e bene.

Il giornalista e scrittore Roberto Olla ha moderato l’incontro, dando la parola dapprima agli organizzatori per il loro saluto. Il Custode del Sacro Convento, fra Mauro Gambetti, ricordando che questa giornata impegna a trarre dal prezioso tesoro delle rispettive tradizioni cose antiche e cose nuove, ha accolto i presenti salutandoli con entrambe le espressioni, unite dal termine “fratelli” che “ha la caratteristica di includere ciascuno rispettandone la singolarità, ovvero la somiglianza e la differenza”.

Il Dott. Guido Guastalla ha portato il saluto della comunità ebraica di Livorno di cui è vicepresidente, mentre il Dott. Vittorio Robiati Bendaud, dell’Associazione Amicizia Ebraico Cristiana, ha sottolineato come ci attendano insieme cammini di pace in cui saper raccogliere l’eredità biblica ebraico-cristiana, in un mondo che si scopre sempre più conflittuale, a differenza del periodo del Concilio Vaticano II quando il dialogo tra cristiani ed ebrei mosse i primi passi. Fra Silvestro Bejan, direttore del CEFID, ha messo in luce, all’interno di tale dialogo, la specificità del francescanesimo.

Alternandosi con i suggestivi pezzi al saxofono proposti dal musicista di origine russa Dimitri Grechi Espinosa, hanno poi preso al parola i due relatori. La Dott.ssa Yarona Pinhas, scrittrice e studiosa di mistica e di arte ebraica, ha raccontato la pluralità dei significati del termine shalom nell’ebraismo, la cui radice è presente in molte espressioni, compresi il nome della città della pace, Jerusalem - Gerusalemme, e quello di Salomone, re di Israele che giunse a costruire il tempio avendo assicurato al suo popolo un tempo di pace e di prosperità. Ma, ha spiegato la relatrice, Shalom è anche uno dei nomi di Dio. È quindi molto più di un semplice saluto, ma indica l’intero movimento della conciliazione tra opposti, di un necessario processo dialettico di ricomposizione e di pacificazione. Del resto “non esiste cosa più completa di un cuore frantumato”, come diceva un grande rabbino.

I due imponenti torrioni che sostengono l’abside della Basilica, scenario del convegno, hanno dato lo spunto a fra Andrea Vaona, frate minore conventuale docente di storia della Chiesa alla Facoltà Teologia del Triveneto per ricordare che pace e bene sono le due colonne portanti della proposta cristiana di Francesco d’Assisi, impregnata della Parola della Scrittura. Da storico ha però tenuto a demitizzare le origini della forma del saluto Pace e bene. Esso non è il saluto tipico di san Francesco, anche se ne rispecchia bene lo spirito. Certo, della pace nei suoi scritti il santo assisiate parla 13 volte, e della parola bene vi sono addirittura 51 ricorrenze. L’abbinamento dei due termini, come fra Andrea spiega anche in un articolo della nostra rivista San Francesco , è diventato usuale per i frati dal XV secolo. Il saluto proprio di Francesco è invece, come egli stesso rivela nel suo Testamento: “Il Signore ti dia pace!” (Fonti Francescane 121). Significativo è il fatto che entrambi i relatori concludono i loro interventi richiamando la benedizione di Aronne (Libro dei Numeri 6,22-27) che i sacerdoti ebrei rivolgono ancora oggi al popolo e che Francesco d’Assisi utilizzò per benedire frate Leone, suo fedele compagno, come testimonia la Chartula, reliquia conservata in Basilica: Il Signore ti benedica e ti custodisca, mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te. Rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace.

La pace e il bene, dono di Dio e Dio stesso: come dice ancora Francesco nelle Lodi di Dio altissimo “Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene”.

 

 

 

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